antologiaCritica
 

   
   
   
   
   
 

 

 
     
     
     
     
     
     
     
 
antologiaCritica di Monza da Scoprire
 
 
Sto passando e ripassando le riproduzioni dei quadri fotografici che Ludovico Maria Gilberti ha esposti, nello scorso giugno, nella Fagianaia reale del Parco, oggi sede di un celebrato ristorante.

Paesaggio-memoria, scorci monzesi nella filosofia del "dettaglio”, del particolare, cui l'autore dice di ispirare e subordinare la sua produzione; il rigore documentale si sposa alla poesia, fascinosa e serenatrice, il linguaggio è teso ed intenso, sa rendere la vitalità della luce.

Ora è la monumentale Villa Reale, riflessa in una pozza d'acqua piovana, dettaglio prezioso, ora è l'angelo con tromba del Carrobiolo riflesso su un muro contiguo, ora uno scorcio parziale della facciata a vento del Duomo, ora la statua di San Giovanni Battista, troneggiante sul terrazzino del protiro nella cornice del rosone, ora la cuspide della torre campanaria dell'Arengario, ora il volto di profilo del San Michele di Piazza San Paolo, ora la tromba che guida l'ondata gloriosa d'assalto del nostro Monumento ai Caduti e via continuando. Ma qualsiasi soggetto Gilberti scelga e tratti, è sempre una felice grazia ad ispirarlo e a guidarlo ad esiti di valore di cui il fruitore si compiace.

Ci sono figure di donne classicheggianti sul piano anatomico e fisionomico, volti sensibilmente espressivi: la Romina di Piazza dell'Arengario, un nudo di grande plasticità, opera del friulano Aurelio Mistruzzi, che l'aveva inviata a Monza a una delle mostre che si ordinarono in Villa Reale ai tempi dell'ISIA; ma anche le "Dame", cioè i volti significanti di statue in pietra collocate nel giardino della Fagianaia.

Non mancano momenti diversi con quadri che oserei definire tendenti all'astrazione, giocati sul colore e sul ritmo, come la fontana del Tribunale di Piazza Garibaldi, uno scorcio autunnale dei giardini della Villa, un Lambro notturno striato di luce misteriosa. Qui pensi a un pennello che tocchi, rapido e rabbrividente, a stendere un colore abile a sciogliersi o a raggrumarsi.

Mi dà emozione una veduta della chiesa di San Gerardo, a me particolarmente cara: in primo piano uno scenario molto decorativo di foglie e rami, attraverso il quale si intravvedono le parti alte della chiesa e del campanile, la cupola e la lanterna.

Insomma c'è Monza, tutta Monza, la potente suggestione della grande città, vista non nell'intenso assordante movimento delle sue strade affollate, ma nei cantucci, nei "dettagli" più reconditi e segreti della sua particolare atmosfera poetica. E le immagini sono impasti simbolicamente memori di effusioni di cuore, di sorrisi, di ironie, di compiacenze estetiche, di qualche striatura di malinconia, di propositi, di velleità, di ideali, di ritagli di vita.


Pier Franco Bertazzini

Monza, Ottobre 2009


 
   
 
 
 
antologiaCritica di Tra i Cieli di NYC
 
 

La rivoluzione operata in arte negli anni Settanta del Novecento ha dato modo di capire che non è solo arte ciò che è fatto a mano, per cui la stampa su cibachrome (stampa a colori a partire da diapositive) e la possibilità date dall'uso del computer hanno reso sempre maggiore la qualità di stampa, così che si è potuto via via scattare e stampare fotografie spettacolari per dimensione, e portarle nei musei che hanno iniziato a collezionarle, ufficializzandone così il loro statuto di opere d'arte di significativo valore, estetico e commerciale. Tra i maestri della Fotografia Italiana, attivi tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento ci sono Paolo Monti, Federico Patellani, Mario Dondero, Pepi Merisio, Mario Cresci, Mario Giacomelli, Tazio Secchiaroli, Ferdinando Scianna. Ci hanno consegnato scatti che sono una combinazione di realtà e magia, come “Il traghetto di sam Tom” di Berengo Gardin che ha fermato eternamente Venezia, una Piazza del Duomo di De Biasi a Milano innevata e attraversata da una geometria di stradine, una “Pasqua a Tricarico” di Branzi, un ritratto di “Haydèe” di Monti, scultorei corpi nudi della Cerati, e perfino “ombre” di Tokio fermate da D'Agostin. Capolavori in stampe originali, che sono non solo un documento storico, ma autentiche opere d'arte ottenute con scatti d'autore, e che hanno raggiunto anche quotazioni eccezionali. I nomi di questi fotografi, le cui foto sono proprio invecchiate bene come il vino - lo diceva anche negli anni Ottanta il grande fotografo francese Edouard Boubat (1923-1999) - sono quelli di professionisti d'eccellenza, poeti dello scatto e della luce. Ora tra i grandi fotografi italiani va inserito anche il nome di Ludovico Maria Gilberti, monzese giramondo, il quale è stato capace di consegnarci in fotografia, in bianco nero e a colori, capitoli essenziali legati a documentare terre e continenti, costumi e riti, dimensioni poetiche legate al ritratto della natura, e squarci su luoghi e città, non ultimo l'affondo su New York. La costruzione lenta dello scatto, preceduta dall'osservazione lenticolare di un luogo, fa assumere a queste fotografie di Ludovico Maria Gilberti uno status paritario similare a molte opere pittoriche; sicchè è proprio questo indirizzo pittorico inserito nel clima di un punto di vista narrativo, a portare questo fotografo di versatile eccellenza a sviluppare ciò che io chiamerei “fotografia cinematografica”. Il tema newyorkese ci presenta una città, un luogo come bagaglio di immagini pressochè infinito, e le istantanee, spesso in serie, sono presentate come uno slide show (in sequenza), una sorta di diario personale che ricostruisce tutto l'universo affettivo. Ecco allora paesaggi e cieli stellati, strade e scorci, poi la bellezza formale degli edifici, le fervide attività umane, i loro esiti e le loro tracce, grandezza e quantità di dettagli. New York appare come il tempio del sistema mondiale con i grattacieli, gli hotel, le vetrine, i parchi. Persino le grandi dimensioni che Gilberti affronta nella fotografia sono trappole visive, nel senso che mirano a far entrare nella composizione lo spettatore. Ci porge una New York città del duemila ancora ricca e opulenta, mondana, patinata e kitsch, città alla moda, eccessiva e costosa, ostentata e volgare, dove la dialettica dei pieni e dei vuoti non fa che conferire una monumentalità. Gilberti è un fotografo, cronista del nostro tempo, giacchè prima indaga con l'occhio, poi sceglie l'immagine, infine scatta. Tematiche del più generale mondo newyorkese, come la documentarietà, le più originali sperimentazioni ingegneristiche e architettoniche del mondo, l'architettura, il consumo, la comunicazione, la vita relazionale di New York, svelano l'idea della rete, ossia la preparazione intellettuale che precede il linguaggio fotografico per dare un volto d'America secondo un punto di vista che non è solo un'infilata di finestre e di suggestivi giochi di luci e di ombre. Gli sfondi delle immagini consistono in uno scenario architettonico reale e simulato, tramite la fotografia di uno spazio la cui artificialità è resa evidente dagli effetti di luce.
Non reportage tout court, né travaso di realismo assoluto di paesaggi naturali o luoghi della mondializzazione e della multietnicità, ma New York qui vive come megalopoli in presa diretta, dove gli scatti d'autore raccontano la contiguità tra realtà e poesia. Ecco spaziosi, grigi e astratti cieli di New York insieme a vedute della stessa diurne e notturne; luci fascicolari e variopinte da apparire coriandoli, ed architetture che sono la forma primaria più potente della comunicazione di massa. Non è poco se Gilberti ci presenta le architetture, con i suoi tagli, come specchio del potere e delle sue strategie. Gli elementi verticali dei grattacieli, bilanciati dalla lunga costruzione delle avenues, il rigore minimalista appena infiltrito di romantiche atmosfere,il formato panoramico e accattivante gli scatti più movimentati e meno controllati, modulati sulla storia pittorica, il desiderio di raccontare l'essenza sociologica di un luogo attraverso i suoi elementi caratterizzanti, portano a cogliere più città nella città, più cieli nel cielo di New York. Si osservino gli scatti dove la bandiera americana che sventola è un tutt'uno con il pulviscolo atmosferico che fluttua nell'aria e si frappone, con quella cadenza di luci e di toni, rendendo queste immagini quasi astratte, portandole al limite della leggibilità e della stessa visibilità, e tematizzando il grado di oggettività che la fotografia può raggiungere. L'artista ha sperimentato un'amplissima gamma di nuovi mezzi fotografici (foto a colori, stampa su tela, stampa inkjet su dibond e plastificata, canvas, acciaio, alluminio, carte speciali) portandosi in una dimensione classica e senza tempo, carpendo a ogni inquadratura sia l'anima che i sentimenti, e catturando soprattutto anche quell'esplorazione del confine tra autenticità e simulazione che ne svela il vero stile del protagonista sorpreso dalla densità e dal sapore della vita,del fotografo ormai celebre che ha interesse per la fotografia pura, mai inautentica.

Carlo Franza

Roma, Dicembre 2010

 
   
   
 

GUARDA AL CIELO
Sto rivedendo con interesse le riproduzioni dei quadriFotografici realizzati da Ludovico Maria Gilberti a New York. Proprio quadriFotografici nei quali si programmano e si realizzano tematiche, cromatismi, giuochi di luce e di ombre, ma anche realtà ambientali e atmosfere; e spesso la ricerca ossessiva del dettaglio raggiunge illuminanti effetti, fascinosi e serenatori, misteriosamente romantici e a volte ammantati da una sottile magia. Il linguaggio realistico, il rigore documentale si sposano alla poesia. Contempli i cieli grigi o stellati di New York, le gigantesche muraglie oscure o inframmezzate da spazi illuminati, si perda nelle avenues con gli hotel, le vetrine, la folla, si apparti nella visione beatificante dei parchi, qualsiasi tema Gilberti scelga, è sempre una felice grazia ad ispirarlo, guidandolo alla scoperta e alla celebrazione dell’anima delle cose. Gli scatti e le immagini sono conseguenti ad una casualità tecnica, temperata però e corretta, intimizzata da un’interpretazione sentimentale e poetica della scelta tematica, del momento, dell’ambiente, dell’atmosfera. Non si tratta mai di soli ricordi di luoghi tradotti in visioni, ma di momenti di meditazione. Linearità, ordine, oggettivazione. Esposizione nitida, geometricamente impostata. Ricordo Olivo Barbieri, grande fotografo e le sue visioni di Monza ma anche di New York: vedute aeree, spazi e cose viste dall’alto, invertendo la prospettiva. Gilberti non produce fotografie aeree, ci porge una New York di oggi, vista dal basso, monumentale. Gilberti vi si trova a suo agio, ne sente le vibrazioni più profonde, ne gusta le suggestioni; vola alto, guarda al cielo, quasi a cercarvi quella purità, quell’innocenza, simboleggiata nella cifra stilistica che contraddistingue l’artista, nel fuoco selettivo che evidenzia ed esalta solo uno o pochi elementi o dettagli della scena ripresa, come nel gigantesco grattacielo che si eleva in alto in un cielo nero di pece ma al vertice diventa raggiante di una strana, intensa, misteriosa, beatificante sorgente luminosa. Un presagio di felicità; notte e giorno; gioia e dolore. Ma mi piace ricordare anche il Gilberti, fotografo della sua Monza. Paesaggio-memoria, scatti monzesi nella filosofia del dettaglio, del particolare; non la grande città, rumorosa ed affollata, ma i cantucci, gli angoli più reconditi e segreti della sua particolare atmosfera poetica. E le immagini sono impasti simbolicamente memori di effusione di cuore, di sorrisi, di ironie, di compiacenze estetiche, di qualche striatura di malinconia, di propositi, di velleità, di ideali, di delusioni, di ritagli di vita. Ho conosciuto e frequentato e ammirato un grande fotografo monzese, Federico Patellani. Monza ha sempre avuto cultori e appassionati di fotografia. Credo di poter dire con tranquillità che Gilberti, che ha sperimentato un’amplissima gamma di mezzi fotografici, che ha penetrato nei suoi scatti anima e sentimenti, possa ormai definirsi un protagonista affermato.

Pier Franco Bertazzini

Dicembre 2010

 
   
 
 
 

Il "realismo magico" di Ludovico Maria Gilberti L'arte fotografica consente di catturare e di sottrarre al tempo un attimo, un'emozione irripetibile, come il sorriso di un bimbo o i colori di un tramonto. Oggi possiamo parlare di fotografia d'arte e di ricerca come parliamo di pittura e di scultura e l'immagine fotografica è considerata da gran parte dei critici al pari delle discipline pittoriche. È il caso di Ludovico Maria Gilberti che, nato come cultore di una fotografia intima, per sottigliezza e capacità evocative, le sue fotografie sono diventate opere d'arte paritarie alla pittura, dei veri e propri "Quadri fotografici", certificati e firmati. Prima ancora che fotografo, Gilberti deve essere considerato un intellettuale: la sua riflessione sulla realtà (che rimanda ad una vasta ed eterogenea esperienza culturale) potrebbe esprimersi con lo stesso rigore che in fotografia, anche in poesia, oppure in forma narrativa o sul piano critico. Non a caso, cosa che di rado succede in un inventore di immagini, il modo in cui Gilberti fotografa le cose ha un respiro teorico e poetico non indifferenti. Le sue fotografie essenziali, luminose, affascinanti, si riferiscono ad una realtà che sente sua come un'architettura dell'immaginario. Le sue immagini diventano soprattutto evocazione, traccia della memoria, sintesi temporale ed esse vanno oltre, a ripercorrere quasi proustianamente, ma senza l'ossessione compiaciuta del particolare, esperienze e storie che anticipano momenti mai vissuti se non nel pensiero. Egli sa fotografare l'anima delle cose. Il suo modo di "scattare" esprime, più che una realtà oggettiva, un'intima visione del mondo e una capacità di cogliere l'essenza delle cose captando la lunghezza d'onda di ciò che immortala con la fotografia. "Io ero là", sembra dirci con le sue immagini ed ecco come, in quel momento, mi è apparsa la realtà. E' la sintesi fra l'occhio del reporter e l'animo del surrealista a dare vita alla sua poesia: un'operazione di "cervello, occhi e cuore". Ma qual'è il suo personale segreto? Forse sceglie il crepuscolo che ravviva le immagini in maniera che un cielo totalmente nero non potrebbe fare (vedi: Apple & Plazza", oppure "Gotham"). La luce e il cielo sono sempre in equilibrio col soggetto fotografato (Vedi: Cielo II e Cielo III). Gilberti sa come interpretare poeticamente una foto o, il contrario, cristallizzare un momento poetico attraverso l'immagine (Vedi: "Abbraccio" o "Incontro"). Solo gli sguardi discreti di un poeta riescono a vedere l'anima delle cose, lasciandola intatta e pura (Vedi: Foglia e mattone" o "Palma"). Questo poeta della fotografia cerca sempre di cogliere il momento in cui l'apparecchio agisce come uno sguardo naturale, vedendo le cose "diversamente", al contrario di come ce le aspettiamo e lo dice in modo chiaro, con uno stile vicino alla libertà dell'arte contemporanea. La realtà di Gilberti diventa, infine, "realismo magico", i paesaggi sembrano luoghi metafisici, sempre connotati da un forte romanticismo. Il suo lavoro è caratterizzato da un linguaggio espressivo particolarmente evidente e personale,
in cui la memoria per la cultura e l'arte mediterranea sono sempre presenti, anche quando si tratta di architetture al di fuori del nostro territorio. I "Quadri fotografici" di questo artista (raccolti in periodi come "Serie terrAmare", "MareParole: il dialogo" o "NYcielo"), quasi tutti di grande formato, sono stampati su canvas, acciaio, alluminio o carta speciale, a seconda del soggetto fotografico. Sono ormai numerose anche le sue mostre personali e molte delle sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche in Italia e all'estero. La sua è una costante ricerca attraverso il concetto del ritmo e del movimento, tipici dei futuristi e dei cubisti, dove creatività e progettualità si mescolano tra loro e diventano indivisibili.

Eraldo Di Vita